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Dal guano alla città


Milioni di pipistrelli escono da Langun

23 Aprile 2008, Manabo Lodge, Tacloban, h 18:00 (12:00 italiane)

Dal guano mobile delle gallerie ciclopiche di Langun (dove ieri sera senza enfasi abbiamo rischiato di lasciarci il Doctor Rok…), da quel vortice danzante di milioni di pipistrelli al tramonto, ci troviamo catapultati nella caotica e viva Tacloban. Tappa mediana di un climax di modernità che dalla foresta si esaurirà solo domani a Manila all’ombra dei suoi grattacieli.
E’ stata dura stamattina, lasciare Calbiga e le persone che ci hanno accompagnato nell’avventura totale degli ultimi giorni: una commozione che ha intimamente avvicinato nella stranezza della nostra vita personaggi come Be-bet (il saggio), Dandy (il cacciatore), Joni e Sherwin (i ragazzi di Catbalogan e Gandara), Pepe (l’ex capitain), il Muto (il giullare) annientando qualsiasi distanza fisica e culturale. Peccato che di mezzo vi sia solo il tempo. Un anno d’intervallo in cui cercarci nella commedia di tutti i giorni.
Piove. La fila di motocarrozzette sciama tra il fumo dei due tempi e i colori ritrovati delle insegne. Un unico sguardo e due pacche sulle spalle tra me e Guido mentre attraversiamo Zamora Street in cerca di San Miguel e calamari fritti: abbiamo portato a casa anche questa spedizione, vero lolo (nonno)? E che bravi i nostri ragazzi, nuovi compresi!
Certo che sì, eterea, difficile e con un finale a sorpesa: questi 15 chilometri di grotte non sono proprio niente se paragonati al successo umano di un’esperienza toccante, dura da raccontare senza vergognarsi come bambini.
Siamo stati a Buluan a cercar grotte nel fango fino alle ginocchia. A Buluan dove gli scontri tra l’esercito e la guerriglia del New People Army ha lasciato senza vita anche alcuni ragazzi nostre guide a Mactingol nel 2004. A Bu-lu-an! Benvoluti dalla gente che aspettava il nostro Doctor con una fila di vecchi e bambini sotto la pioggia e la nostra fame con un piattone di riso e pesce secco sempre più salato al lume di una sola lampada a petrolio.
L’ultima volta, proprio nel 2004, da qui con gli amici francesi rientrammo cacciati e alleggeriti di ogni materiale. Un rientro mesto causato dall’eccessiva fiducia nei contatti politici troppo alti per chi, tra alberi di tek centenari e karren affilati, lotta piedi nudi non solo la guerra persa tra uomo e natura.


Un raggio di sole a Guintoble Cave

Nemmeno un pazzo avrebbe mai più pensato a Buluan, questa sorta di Colonne d’Ercole per il più grande mistero speleologico delle Filippine. Un sogno accarezzato con la scoperta dei 10 metri cubi al secondo del mitico collettore di Mactingol e che pareva destinato a rimanere tale per sempre, imprigionato nei peggiori incubi politici che possono condannare un popolo e la sua terra.
Alla fine è bastata la testardaggine, presentarsi uomini prima che esploratori.
Quasi disarmante essere là con la nostra capanna. Quattordici anni per me, addirittura ventuno per Guido!
Come nelle favole attorno spuntano subito tante grotte ma appare chiaro fin da subito che i mostri dimorano nella foresta: per poter avere la scusa di ritornarvi rimaneva solo una mission impossible: una toccata e fuga nella terra di nessuno, accompagnati da chi ben prima di noi avrebbe però rischiato grosso.
Chilometri di rilievi fatti di notte attraverso il tuono di collettori spaventosi e saloni addormentati se non fosse per qualche cobra mentre fuori c’era sempre qualcuno che ci preparava il riso sulle palme o che scrutava le impronte con l’indice sul naso. Abbiamo vissuto un romanzo. Un giallo appassionante se non fosse vero. Come se le nostre grotte fossero più importanti della loro vita: una settimana fa l’ultimo conflitto a fuoco.
Si ricordavano di noi come un aneddoto. Ora a Buluan ci hanno dedicato un capitolo.
Salamat po, Buluan. Next year…
Matteo


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